Gli anime che raccontano chi siamo

Al di là dei propri gusti personali, quando un prodotto artistico funziona e riesce a trasmettere qualcosa a chiunque decida di dedicargli del tempo, è difficile non essere oggettivi ed ammettere che abbia fatto centro.
Un esempio da questo punto di vista sono sicuramente gli anime, apprezzati da molti ma evitati da altrettanti, come ogni prodotto che si rispetti.
Ma come ho già detto, a volte, basta dare una possibilità e lasciarsi coinvolgere da quanto rappresentato e  a sostegno di quest’affermazione voglio far riferimento ad uno dei prodotti che più ho apprezzato nonostante io non sia una grande appassionata del genere: Death Parade.
Si tratta di un anime che si trova sospeso su un filo che sta tra la vita e la morte, la speranza e l’indifferenza, la bellezza e la mostruosità, tutte caratteristiche umane che ognuno possiede.
“Benvenuti al Quindecim”
“Benvenuti al Quindecim” è una delle affermazioni che più sentirete all’interno della serie e fa riferimento al luogo che ci troviamo davanti: all’apparenza un locale come tanti, elegante, raffinato, pieno di alcolici, forse un po’ tetro, ma niente che non si possa incontrare, ma proseguendo finirete per comprendere cosa rappresenta in realtà.
Ad accogliere i nuovi arrivati vi è Decim, anch’egli all’apparenza un semplice ma misterioso barman che si presenterà affermando che chi è entrato dovrà fare un gioco in cui sarà in palio la loro stessa vita, senza possibilità di tirarsi indietro.
Alla fine della prima puntata capirete già tutto: il Quindecim altro non è che l’oltretomba, ma non così come lo intendiamo in molti, ma come un non-luogo in cui le anime dei defunti dovranno sottoporsi al verdetto dei Giudici (di cui Decim fa parte) per decidere tra due alternative: la reincarnazione o il Vuoto senza fine in cui esiste solo la coscienza di sé.
La psicologia dei personaggi
La serie è costituita da dodici episodi, ognuno dei quali tende da un lato a sviscerare coloro che devono essere giudicati, dall’altro i giudici.
Sicuramente non affascina per via dell’idea che trasmette, ma per la capacità con cui rende quanto mai umani i personaggi rappresentati fatti di rabbia, cinismo, cattiveria, il tutto rappresentato attraverso dei flashback che ci mostrano il personaggio in vita ma che allo stesso servono per comprendere la sua attuale situazione.
Ecco che dunque una semplice animazione diviene un pretesto per riflettere sulla vita che viviamo, un modo per giungere alla fine in maniera dignitosa, grazie anche ad agenzie come la Cattolica San Lorenzo che si occupa di Onoranze funebri a Roma in grado di agire nel rispetto e nella volontà di chi non c’è e di chi c’è ancora.

L’excursus del telefono

Forse voi non lo immaginate minimamente, ma esistono dieci tipologie di vecchi cellulari che sono molto più preziosi di un gettonato smartphone. Partendo dal Nokia 3310 fino ad arrivare allo StarTAC, i dispositivi ormai non più in riproduzioni, possono arrivare anche a pagarci una buona parte delle nostre vacanze estive. Il tutto risiede nel fascino del passato e del vintage elettronico, che sta diventando sempre più popolare tra i vari collezionisti, i quali fanno aumentare i valori e i prezzi dei vecchi dispositivi. Se per caso vi addentraste nelle aste online o nei e-commerce, vi accorgereste che oltre alla vendita, esiste un copioso acquisto dei vecchi prodotti elettronici! Il classico Nokia 3310, noto anche come il telefono indistruttibile, la cui batteria era di durata interminabile e che, se non veniva utilizzato per chiamare, veniva usato per giocare a Snake II può essere quotato fino a 130 euro, una cifra spiazzante per una vecchia tecnologia.

Gli smartphone

Sebbene i vecchi cellulari abbiano costituito la storia, oggi il dominio della telefonia lo posseggono gli smartphone, letteralmente i telefoni intelligenti. La capacità di calcolo, di memoria e di connessione dati di un telefono smart, supera di gran lunga un vecchio nokia, perché sono finalizzate a combinare le funzioni di un elaboratore palmare con quelle di un telefono mobile. I sistemi operativi più diffusi, i quali sono già integrati con i dispositivi che acquistiamo, sono: OS, Android e Windows phone, ma esistono anche sistemi meno diffusi e in disuso. Gli smartphone sono ormai parte integrante della nostra quotidianità e ci aiutano anche nel mondo dello studio e del lavoro. Se si vuol acquistare uno smartphone, bisogna fare la scelta più giusta analizzando i commenti, come la recensione per il samsung galaxy j5 2017, di chi ha già acquistato determinati prodotti

Il telefono del futuro

Sebbene non sembrerebbe, un giorno non imminente ma prima di quanto si possa pensare, lo smartphone non esisterà più, esattamente come sono spariti completamente dalla circolazione il cercapersone o il fax. Sicuramente passerà un decennio prima ancora che questo avvenga, ma il processo è già stato avviato da Elon Musk, Microsoft, Facebook, Amazon e da numerose start-up che stanno sempre più valutando la potenza dell’intelligenza artificiale. Quando lo smartphone morirà, il mondo non sarà più come prima, sia in termini individuali che in quelli collettivi. Il futuro fa un po’ paura, perché vede come fulcro un cervello costruito dall’uomo che regola tutti gi aspetti della nostra vita. Come si concluderà questa storia? Lo sapremo tra una decina di anni e, noi, saremo ancora qua.

Lavorazioni meccaniche: la fresatura

Oggi, la lavorazione meccanica di fresatura è ben nota e considerata una normalissima opera industriale: qualsiasi studente, non ancora perito meccanico, vi saprà sicuramente precisare che è classificata come una lavorazione meccanica a freddo, che funziona per asportazione di truciolo, proprio come la tornitura e la foratura, e che viene effettuata tramite l’azione di un utensile rotante sul proprio asse, la fresa, su un pezzo in moto di avanzamento, che viene “scolpito” fino alla forma desiderata. Vi potrà anche specificare che, di regola, la fresatura si effettua in due fasi, una prima di sgrossatura che asporta rapidamente quasi tutto il materiale necessario, e la seconda o finitura in cui viene effettuata una lavorazione più lenta per raggiungere la rugosità e le precise misure desiderate. Ciò che, forse, vi sarà più complicato imparare, è la storia travagliata, dalle origini ad oggi, di questa lavorazione, nata in maniera oscura in qualche bottega artigiana nei primi decenni del 1800 e velocemente sviluppatasi alla pratica comune che conosciamo oggi. Ripercorriamola allora insieme, qui.

1. Dal 1800 alla Grande Guerra

L’origine della fresatrice è da trovare nel classico tornio, al quale spesso venivano montate delle lime rotanti, per limare il pezzo in lavorazione in modo più veloce che manualmente. Tale attività è molto precedente allo sviluppo della fresatrice, risalendo circa alla metà del 1700; i primi veri esemplari di macchine per la fresatura distinte da torni accessoriati sono collocabili al 1814, negli arsenali federali degli Stati Uniti, a Springfield e ad Harpers Ferry; ne risulta inoltre un prototipo molto avanzato inventato da Nasmyth nel 1830 per i bulloni esagonali. A quei tempi, era previsto che la limatura venisse tuttavia perfezionata a mano; le cose cambiarono, con l’integrazione di grandi evoluzioni tecniche fra cui il movimento perfezionato su tutti e tre gli assi, nel 1861, con uno straordinario modello Brown & Sharpe. Fino alla Grande Guerra, quasi ogni anno segnò un corposo passo avanti nella tecnologia della fresatura.

2. Le due Guerre Mondiali

Fu verso la fine della Prima Guerra Mondiale che la continua ricerca di accuratezza nella lavorazione raggiunse una tappa fondamentale: fu infatti in questi anni che venne approfondito il concetto di dimensionamento relativo, ossia di misurazioni condotte sul pezzo tutte a partire da un singolo punto di riferimento, e che la precisione normale delle macchine raggiunse i millesimi di centimetro; erano gli albori del controllo numerico delle macchine oggi dato per ovvio. Con pantografi che permettevano di modellare i movimenti della macchina tracciando le linee di un modello, fu possibile realizzare, già negli anni ’30 del 1900, enormi fresatrici come la Cincinnati Hydro-Tel, a questo punto pressochè identiche a quelle odierne se si prescinde dal controllo computerizzato. Sul fronte contrario, sempre in questi anni furono sviluppate piccole fresatrici economiche ma precise, le Bridgeport, delle quali sarebbero stati venduti un quarto di milione di pezzi.

3. Dal dopoguerra ad oggi

Nel dopoguerra, due furono le grandi spinte tecnologiche che guidarono lo sviluppo industriale: il perfezionamento dei servomeccanismi da un lato, e la nascita delle tecnologie digitali dall’altro. Sebbene a permetterne la ricerca e lo sviluppo fossero gli investimenti militari (come del resto accadde in molti casi nel dopoguerra), fu proprio il ramo meccanico ed in genere industriale ad offrire sbocco ed applicazione a queste nuove tecnologie, per tutti gli anni ’40 e ’50. Più tardi, si verificò la definitiva evoluzione del controllo numerico al controllo computerizzato: questo esplose negli anni ’80, quando divenne fattibile, con un semplice personal computer, montare piccole fresatrici a controllo digitale perfino nelle officine più piccole.

La vita è fatta a scale? Non sempre: la storia dell’ascensore

Una volta, ci piace immaginare, l’orizzonte era sempre sgombro: case basse, al limite di un paio di piani, lasciavano spazio al cielo e alla luce solare, e non esisteva il concetto di una skyline disegnata dai grattacieli, come adesso invece accade in tantissime città in tutto il mondo.

Nonostante, a voler ben guardare, non sia precisamente vero (le insulae romane, costruite in epoca tardo-repubblicana, erano veri e propri condomini a più piani), è però un fatto che la massiccia diffusione di palazzi alti nelle città è sicuramente cosa moderna, dell’ultimo secolo, e che questo ha molto cambiato il modo di vivere delle persone – rendendo irrinunciabile un’invenzione come l’ascensore, che ha fatto molta strada dai più antichi modelli ai moderni sistemi specializzati, che vanno da potenti montacarichi ad ascensori per disabili, passando per ascensori superveloci che permettono di arrivare in fretta in cima perfino ai più alti moderni grattacieli di uffici.

La storia dell’ascensore è, in effetti, ben più antica di quanto si pensi: ne abbiamo le prime menzioni negli scritti di Vitruvio, un architetto dell’antica Roma, che ci riporta come il noto Archimede ne avesse progettato uno nel 236 AC. Si tratta, naturalmente, di semplici cabine sollevate da corde, le quali venivano tirate o da animali o da esseri umani, e pare che ve ne fossero di installati nel convento del Sinai, in Egitto.

In ogni caso, a quei tempi, rimanevano niente più che stranezze, pezzi unici: un uso regolare dello strumento richiedeva sistemi ben più sofisticati di una corda tirata a braccia. A parte l’interessante modello di ascensore basato sulla vite senza fine costruito da Kulibin, in Russia, nel 1793, che venne installato nel Palazzo d’Inverno, per vedere un impiego forte e frequente di questo congegno dobbiamo attendere la piena metà dell’Ottocento, quando iniziò a trovare utilizzo pesante nello spostamento di materiali da costruzione e per l’industria.

In questa epoca storica, per ascensore si intendeva un congegno di modello strettamente idraulico: una cabina montata su un lungo stantuffo, che veniva spinto da una colonna d’acqua grazie all’azione di una pompa e così si estendeva, portando i passeggeri all’altezza desiderata.

Questi impianti raggiunsero una significativa affermazione, se pensiamo che a Londra, nel 1882, la London Hydraulic Power Company aveva in amministrazione una rete di miglia e miglia di tubi ad alta pressione su ambedue le sponde del Tamigi, che andavano ad alimentare 8000 dispositivi fra gru e, appunto, ascensori.

Tuttavia è un procedimento oberato da un profondo difetto: richiede uno stantuffo, e quindi un pozzo e una colonna d’acqua, alto come il piano più alto da raggiungere, e diventa quindi velocemente poco pratico al crescere dell’effettiva altezza del palazzo che deve servire.

Fu per questo che gli ascensori idraulici finirono con l’andare in desuetudine, per venire sostituiti da sistemi a cavi e carrucole, la cui sicurezza era garantita dall’invenzione di un apposito freno di emergenza in caso di rottura del cavo, progettato da un nome destinato a divenire illustre nel settore: Elisha Otis.

Fu precisamente lui che, nel 1858, installò il primo ascensore per passeggeri al numero 488 di Broadway, a New York, dando inizio ad una espansione che venne soltanto incrementata quando, trent’anni più tardi, Von Siemens e Fressler svilupparono l’ascensore elettrico che anche noi oggi conosciamo.

Riconoscere diritti ai disabili: un lungo percorso storico

Moltissime e di vitale portata sono, nel panorama storico che possiamo osservare analizzando con attenta pazienza i più recenti decenni trascorsi in Italia, le conquiste ottenute nel campo della equità sociale e dei diritti di tante categorie di cittadini in qualche misura sottoposti a svantaggi, complicazioni, o particolari condizioni; e uno in particolare, che riguarda una fetta della nazione decisamente non insignificante, di svariate centinaia di migliaia di persone, ha avuto un tragitto particolarmente insolito, intricato e tortuoso, di frequente interrotto e ripreso a singhiozzo, e a dirla tutta ancor oggi non interamente completato. Stiamo parlando del riconoscimento dei diritti dei disabili, un proposito che va ben al di là della banale collocazione di montascale, in cui molti pensano che il problema si esaurisca.

Per discorrere di questo problema é infatti necessaria una concezione un po’ più ampia, che tocca principi di giustizia fondamentali. Possiamo, e anzi dobbiamo, partire direttamente dalla lettura della nostra Carta Costituzionale, nelle parti in cui essa attribuisce al cittadino in quanto tale, e quindi al di là e prescindendo, com’è logico, da qualsiasi circostanza di disabilità possa affliggerlo, non solamente una precisa serie di doveri a cui non sottrarsi, ma pure dei precisi e imprescindibili diritti, la cui essenzialità non è marginale, come quello al lavoro, alla socialità, all’istruzione o alla salute, per nominarne alcuni. Una condizione però in concreto non rispettata, visto che nel pratico e nel quotidiano il disabile si vede spesso negati nei fatti – e fu questa la geniale presa di coscienza degli anni Sessanta – questi diritti nella loro compiutezza.

A cominciare da allora, un lavoro colossale, non solamente per dimensione ma anche e soprattutto per importanza, fu svolto, ed è giusto riconoscerlo, da una miriade di associazioni volontarie, sia composte e costruite da disabili che dai membri delle loro famiglie. Da loro venne infatti la spinta coraggiosa e continua verso un mutamento, quel rinnovamento necessario a migliorare la situazione. E si trattò, come fu subito evidente, di un cambiamento da gestire su due livelli ben distinti: da un lato quello istituzionale, essenziale per vedere tradotte in leggi e regolamenti precisi le giuste istanze dei disabili, e dall’altro, di certo non meno rilevante, quello culturale, quotidiano, nel modo di approcciarsi all’handicap e conviverci, brevemente, di viverlo. E soprattutto in questo l’azione di tanti insegnanti, sindacalisti, volontari, fu straordinaria per vigore e per risultati.

Come abbiamo detto, quello del riconoscimento dei diritti dei disabili è un tragitto storico ancora aperto, e al quale quindi attribuire date precise può apparire insieme futile e banale; se tuttavia vogliamo identificare proprio una tappa importante, per non dire essenziale, di questa storia, possiamo quasi certamente far bene ad indicare l’anno 1971, e nello specifico la data del 30 marzo. Quel giorno fu infatti approvata la legge 118 sull’invalidità, che fu la base su cui fu possibile creare tutti i successivi sviluppi della questione disabilità: con essa fu codificato il pensiero, che è per noi ormai patrimonio acquisito, che riabilitare un disabile non si limiti ad una misurazione di tipo medico, ma si estenda a un pieno inserimento sociale che dia senso al lavoro ed allo sforzo del terapista e del disabile stesso.

Barbieri: millenni di storia

Un tempo neppure troppo lontano, ancora per i nostri padri o forse nonni, l’uomo che voleva apparire ordinato non lasciava trascorrere più di un paio di settimane fra una visita al barbiere e l’altra: e anche se più raro, oggi che i canoni e le regole dell’estetica sono cambiati, questo attimo di cura di sé rimane sempre un piacere estremamente particolare. Il tempo di entrare, e già il familiare arredamento parrucchiere ci invita a rilassarci e farci prendere cura di noi, abbandonando per un poco la corsa quotidiana; attorno a noi, gli strumenti di lavoro del barbiere parlano di un tempo andato, ma di pratiche ancora piacevoli e distensive; chiacchierando sottovoce, il barbiere si appresta ad avvolgerci il viso con un asciugamano caldo; e fra il suono del rasoio che viene affilato, e il sentore di schiuma e lozioni dopobarba, ci possiamo abbandonare a questo mondo ancora tanto affascinante. Ma sappiamo quanto sia antica la figura del barbiere, e quanti ruoli diversi e inaspettati abbia ricoperto nel corso della storia?

Sappiamo con un elevato grado di certezza che le origini del mestiere di barbiere sono antichissime; durante i loro scavi in Egitto, gli archeologi hanno reperito oggetti che sono inequivocabilmente rasoi in bronzo risalenti ad almeno cinquemila anni fa. Non pensiamo però ad un mero negoziante, in quanto presso le tribù locali dell’epoca questa figura rivestiva un ruolo ben diverso, investito di un’importanza rituale e non di mera comodità. Il taglio dei capelli era infatti un modo, nella mistica dell’epoca, di arrestare la possessione satanica; occupandosene, l’antenato del moderno barbiere si trovava a ricoprire una funzione che non esitiamo a etichettare sacrale, e celebrava perfino matrimoni. Se avanziamo e raggiungiamo l’epoca storica, questo profilo simbolico e religioso si smarrisce, ma non cambia l’importanza, ad esempio presso i Greci e i Romani, della cura di sé e quindi della figura professionale che se ne occupa. A Roma, che conobbe i barbieri dalla Magna Grecia nel 300 AC, una visita quotidiana a regolare capelli e barba, come alle terme, era imprescindibile; e la tonsura, ossia la prima rasatura del giovane adolescente, aveva una valenza eccezionale come rito di iniziazione al mondo degli adulti.

Ma abbandoniamo anche Roma e spostiamoci in avanti di altri secoli, per giungere ad un momento storico di grande magia e incanto, dove concluderemo, con quella che probabilmente per molti di noi sarà una sorpresa memorabile, questo breve viaggio nell’evoluzione del barbiere nel mondo antico: il Medioevo. Troviamo in quest’epoca un gran numero di botteghe di barbiere, che venivano evidentemente visitate per tutti i normali bisogni di pettinatura e taglio di capelli e barbe; ma quello che probabilmente lascerà stupiti è che, simultaneamente, si chiamava il barbiere anche se c’era bisogno di effettuare un intervento chirurgico, applicare sanguisughe o fare un salasso, praticare un clistere, incidere bolle e pustole, e pure per cavare i denti! Non si trattava di un’operazione in qualche modo clandestina: il barbiere, o per essere più precisi il barbiere-chirurgo, era ufficialmente abilitato e preparato a svolgere tali lavori, e addirittura ricevette, in Inghilterra, paghe più alte di quelle dei chirurghi ufficiali, per molto tempo. Fu nel medioevo che, simboleggiando le due arti svolte dal barbiere, rosso per la chirurgia e bianco per il lavoro di taglio e acconciatura, nacque il marchio tradizionale usato dai barbieri, ossia il palo rotante a strisce, appunto, bianche e rosse.

Storia breve della Borsa valori

La comunicazione svolta dagli enti finanziarisi affanna continuamente e con grande sforzo ed attenzione a sforzarsi di tradurre i dati economico-finanziari che risultano dall’analisi delle aziende e del mercato in concetti chiari e di elementare comprensione (un lavoro complesso, come ben sanno gli esperti di agenzie come Altrapagina), ma sembra non bastare mai: per il pubblico, per la grande maggioranza delle persone, la Borsa Valori rimane un universo fatto di misteri, di regole del tutto incomprensibili, e di sicuro spaventose, un universo per così dire diverso dal nostro, indecifrabile e nuovo. Ma di nuovo, nella Borsa valori, c’è ben poco: la finanza non è un’invenzione moderna, e studiarne la storia millenaria (non esageriamo e non scherziamo, come vedremo!) può forse essere di aiuto nell’approcciare questo mondo con meno paura e più voglia di capire come in effetti funzioni.

Sarà opportuno iniziare da un concetto che a taluni, forse, potrà anche apparire un po’ troppo scontato, ma in realtà è essenziale, per capire cosa sia la Borsa e quanto sia antica: l’oggetto dello scambio, in una Borsa valori e in generale nella finanza, non è altro che il debito stipulato da qualcuno (che può essere un’azienda o una persona, in linea generale) con qualcun altro. E di sicuro nell’idea di debito, così come di prestito ad interesse, c’è ben poco di nuovo: le prime tavolette d’argilla che ne parlano sono infatti databili alla civiltà Mesopotamica di cinquemila anni fa, e nel codice Babilonese di leggi scritto da Hammurabi, quattromila anni fa, ci sono già precise leggi che lo regolamentano. Ma la finanza è un po’ più complessa del semplice debito, e non tutti gli storici sono d’accordo nel datarne le prime manifestazioni.

Una dottrina avvincente, sostenuta dall’economista di nome Malmendier, parte dal presupposto che già nell’antica Roma repubblicana le societates publicanorum, che venivano formate per fornire servizi per il governo (come la fabbricazione, ad esempio, dei templi, o il sostentamento continuato delle famose Oche del Campidoglio), fossero già strutturate per partecipazioni, che erano scambiabili e quindi avevano un valore commerciale, peraltro fluttuante (e, a quanto ci dice la nostra fonte principale, Cicerone, in un suo discorso, abbastanza alto). Per altri questa origine è troppo antica, ed è più cauto e corretto far risalire la nascita della Borsa alle obbligazioni Rinascimentali, come quelle che Venezia chiamò “prestiti” (erano in verità forzosi) nel 1171, e sulle quali pagò con perfetta esattezza e assoluta puntualità gli interessi, dalle carte in nostro possesso, almeno dal 1262 al 1379.

Il passare dei secoli vide trasferirsi i centri della finanza dall’Italia , preminente nel tardo Medioevo e nel Rinascimento (pensiamo a una famiglia come i Medici, che era composta di banchieri) alle città mercantili del Nord Europa, e Amsterdam vide, nel 1602, quell’evento che anche i più cauti e conservatori fra gli storici ritengono il massimo limite per datare il principio della Borsa valori: la fondazione della Compagnia delle Indie orientali. Se può consolare, la confusione nel pubblico data a poco dopo, visto che il primo libro sulla borsa esce nel 1688, scritto da Joseph de la Vega, e si intitola “Confusione delle Confusioni”. Fatto sta che pochi anni più tardi vede la luce la Borsa di Londra, il celebre Stock Exchange, e meno faustamente nel 1720 inizia anche la tradizione delle bolle finanziarie, con lo scoppio fragoroso della prima e il successivo momentaneo rallentamento degli scambi. Nel 1790, anche nei giovani Stati Uniti d’America nasce un mercato azionario in rapida ascesa – e il resto, possiamo ben dire, è storia!

Storia delle fogne di Milano

Funziona continuamente, giorno e notte; e per fortuna possiamo commentare, o le conseguenze sarebbero catastrofiche: ma a quanto pare, solo quando arriva il momento degli spurghi Milano si accorge, o si rammenta, della propria imponente rete fognaria e di quanto sia rilevante per il suo benessere. Nonostante non sia di certo un tema alla moda, o per certi versi neppure simpatico, per chi vuole imparare la storia della città e il suo progresso è un punto importante: tutto sommato, a far grande una città non sono soltanto palazzi e monumenti, ma anche il grado di salute dei suoi cittadini, e le fogne hanno un ruolo fondamentale nel garantirlo. Proviamo perciò a ripercorrere gli eventi salienti della storia del sistema fognario di Milano, identificandone tre periodi, ossia l’epoca Romana, il Medioevo e il Rinascimento, e l’Ottocento.

1) L’epoca Romana

Mediolanum, come si chiamava all’epoca, era una città di probabili origini celtiche, che probabilmente, per la sua posizione ottimale, doveva risultare molto interessante agli antichi Romani – tant’è che la conquistarono definitivamente nel 200 AC. Immediatamente iniziarono ad apportare alla nuova conquista quelle opere di ingegneria idraulica e bonifica del territorio che avevano apportato già quattrocento anni prima intorno a Roma: e costituirono una efficiente rete fognaria, basata su piccoli canali di scolo nelle vie della città, nei quali si incanalavano le acque per poi fluire fino ad un unico grande collettore che le raccoglieva e le portava fuori dalle mura. A Roma, questa era la Cloaca Maxima, e sfociava nel Tevere; a Mediolanum la destinazione era con buona probabilità, a giudicare dalle ricostruzioni idrografiche svolte all’inizio del ‘900, il Lambro Meridionale, o come veniva chiamato “Lambro Merdario”. Alla caduta dell’Impero Romano, come successe un po’ dappertutto, anche questi impianti e opere vennero lasciati andare in rovina e decaddero del tutto.

2) Il Medioevo e il Rinascimento

Per ravvisare una nuova spinta e nuovi sforzi nella fabbricazione di nuovi canali di fognatura dobbiamo aspettare parecchio, e arrivare a cavallo fra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento; purtroppo si trattò di sforzi accompagnati da ben poca competenza e nessuna preparazione. Non c’era la minima coerenza nel progetto: le fogne venivano costruite isolatamente, a servire le esigenze di una singola via, per poi attaccarsi, alla fine, a canali che erano stati originariamente costruiti come fossati di difesa della città – uno su tutti, il Seveso. Oltre a questo tali fognature non erano costruite con lo scopo di accogliere le acque reflue, ma soltanto l’acqua piovana; acque nere e deiezioni umane venivano invece di regola accumulate provvisoriamente nei pozzi neri vicino alle case, e conseguentemente, di tanto in tanto, svuotate. Il contenuto veniva poi smaltito in campagna. Purtroppo, la raccomandazione di non svuotare i pozzi neri in estate era pressochè la sola garanzia della salute che le leggi – che rimasero immutate pressochè interamente dal 1300 al 1700 – prescrivessero ai Navazzari, che percorrevano i Navigli con le loro navi-botte per accumulare dai pozzi neri i liquami e portarli in campagna come concime. Uno stato di cose, possiamo intuire, ben poco sano.

3) l’Ottocento

Il 1807 vide ingiungere, in due diversi decreti del Regio Governo Italico, una necessaria riforma generale delle strade, e quindi dei tombini e delle fogne, della città di Milano. Disgraziatamente, a tali canali, che erano stati ideati per il puro drenaggio degli scoli stradali, si aggiunse il flusso delle acque nere delle case; e questo fece sì che venissero abbandonati, anche ove funzionanti, i vecchi canali, portando a un sovraccarico di quelli nuovi che erano ispezionabili solo rompendo il manto stradale, e avevano la pessima abitudine ad ostruirsi, causando allagamenti.

Nonostante questo fallito miglioramento della condizione, le cose non cambiarono ancora per molto tempo. Milano, di fatto, nei primi dell’ottocento non era ancora una città grandissima, e il grosso dei suoi flussi fognari riusciva, anche se a malapena e con fatica, ad incanalarsi nel Seveso e nel Naviglio, per poi finire nelle marcite anticamente costruite dai Benedettini a sud della città; per le zone fra il Naviglio interno e i Bastioni, essenzialmente fatte di orti e giardini, i flussi delle poche abitazioni erano incanalati nei canali irrigui. Quindi, pur essendo mal risolto, il problema non si presentava come urgente, e rimase inaffrontato in maniera sistematica per molto tempo.

La storia delle piattaforme aeree

Un lavoro da eseguire a grandi altezze non è mai un’impresa semplice da portare avanti. Oltre a tutte le complessità relative al lavoro stesso, infatti, entrano in gioco tutte quelle complicazioni che si possono ben intuire anche senza conoscenze specifiche, e che sono legate all’altezza: anzitutto, ad esempio, delle considerazioni importantissime di incolumità degli operai che andranno a trovarsi a operare in una condizione per necessità non sicura quanto lavorare a livello del terreno; in secondo luogo considerazioni economiche, giacché la necessità di raggiungere il punto dove svolgere il lavoro, insieme al bisogno di creare una superficie d’appoggio stabile per uomini e strumenti, sicuramente comporterà costi aggiuntivi per ponteggi e strutture di sicurezza; e in terzo luogo di tempo, perché dai due fattori appena descritti non potrà che originarsi, fatalmente, un rallentamento complessivo dei lavori. È per tutte queste ragioni che, come alternativa ai ponteggi tradizionali che permettesse di ridurre le complicazioni che abbiamo raccontato, sono state inventate e messe in opera nei cantieri di tutto il mondo le piattaforme aeree.

Questi dispositivi sono relativamente recenti, e la loro invenzione non risale a nemmeno cinquant’anni fa; ne fu responsabile, quasi soltanto, un inventore statunitense, di nome John L. Grove, che ne costruì il primo prototipo su proprio progetto nel 1969. Grove era nato nel 1921, ed era titolare e amministratore in Pennsylvania di una fabbrica che costruiva carri agricoli, la Grove Manufacturing Company, già nel 1947, insieme ai suoi fratelli Wayne e Dwight. Quando si trovò ad avere bisogno di muovere grandi quantità di acciaio pesante per esigenze di fabbricazione, John mise in pratica le sue conoscenze di idraulica e costruì un prototipo di quella che, dopo alcune migliorie, sarebbe divenuta la prima gru idraulica industriale mobile. Un prodotto tanto interessante valeva più di tutti i carri agricoli del mondo, e infatti la ditta fu presto riconvertita per produrne in serie; in poco tempo, divenne leader mondiale nel settore delle gru. Dopo un decennio, fu Grove a creare il sistema idraulico per allungare le scale di salvataggio dei pompieri; e dopo altri dieci anni, sotto il marchio della Condor Industries, la nuova azienda fondata con Paul Shockley dopo avere lasciato l’azienda di famiglia, realizzò il programma di cui parliamo: un carro semovente, dotato di una impalcatura telescopica che permettesse di innalzare una piattaforma e rendere fattibile il lavoro a grandi altezze in sicurezza e scioltezza.

Evidentemente, come sempre accade in ingegneria, quel primo modello generò una grande moltitudine di varianti e migliorie, e oggi abbiamo una grande serie di piattaforme aeree disponibili sul mercato. Si parte dalla più ridotte, che hanno il nome di “Vertical Mast” e montano un semplice braccio idraulico estendibile per sollevare la postazione di lavoro, per andare alle “Scissor”, nelle varianti elettriche e Diesel, dove il cesto che i lavoratori occupano viene sollevato a grande altezza da un pantografo; e all’altro capo della gamma abbiamo i “Boom-lift”, equipaggiati con bracci telescopici articolati con i quali è praticabile portare la piattaforma di lavoro fino a quaranta metri di altitudine, e che sono dotati di una serie di sistemi di stabilizzazione per mantenerli saldi e sicuri anche con il braccio interamente esteso in verticale. E questo grazie ad un piano nato quasi per caso, cinquant’anni fa.

Lavanderia: dagli albori a oggi

Quando il nostro bidone della biancheria sporca è pieno, oggi come oggi, non c’è nulla di più agevole che raccoglierla tutta, salire in auto, e avviarsi al negozio di lavasecco più comodo e vicino: dopo pochi giorni, non più di due o tre, potremo ritornare a ritirarla e ce la vedremo presentare perfettamente lavata e stirata. E non basta: via via che ne vengono aperte sempre di più, possiamo ancor più agevolmente andare in una lavanderia self service, e usare macchine professionali ad alto rendimento per lavare i nostri panni con una spesa decisamente irrisoria. Ma lavare il bucato, nel corso della storia, non è sempre stato rapido e semplice – e comodo – come lo è per noi oggi.

Con ogni probabilità, la prima lavanderia fu, com’è comprensibile, un semplicissimo fiume, o corso d’acqua di qualche tipo: procedimento che ancor oggi capita di vedere usare in zone rurali o poco industrializzate. La corrente era infatti il solo modo per levare meccanicamente dal tessuto tutte le sostanze che potevano provocare qualche genere di macchia o di cattivo odore. Per favorire il distacco dello sporco, i panni venivano sfregati, battuti contro le rocce, o perfino ritorti più volte; molto spesso venivano anche utilizzate apposite mazze o randelli, e apposite tavole di legno su cui si potevano sfregare con forza i panni bagnati.

Non sempre, ovviamente, ci potevano essere a disposizione comodi corsi d’acqua da utilizzare per il lavaggio dei panni: e in questi casi, si ricorreva a grosse tinozze metalliche riscaldate sul fuoco, dove il calore dell’acqua si dimostrava efficace nel togliere lo sporco quanto e più della corrente naturale. Successivamente, strizzati per asciugarli, I panni venivano stesi ad asciugare completamente, esattamente come oggi, su fili o pali, o addirittura a terra. Non esistevano molte sostanze detersive, ovviamente: spiccava la lisciva, ottenuta per soluzione di cenere di legno in acqua calda. A Roma antica, inoltre, per smacchiare si usava già l’ammoniaca, nella forma in cui è più facile trovarla in natura – l’urina.

Come accadde in tanti altri ambiti, fu con la rivoluzione industriale che le cose cambiarono, e del tutto. In realtà, nacque prima una sorta di asciugatrice, o perlomeno di strizzatrice: due rulli sovrapposti, azionati inizialmente con una manovella, attraverso cui far pasare i tessuti fradici. Lo schiacciamento eliminava, molto più rapidamente della torsione, buona parte del liquido di cui erano intrisi. Tali meccanismi vennero motorizzati nel 1900; ma intanto, sul finire del 1800, nacque una grande varietà di macchinari per il lavaggio dei panni, in realtà simili per concezione alle lavatrici moderne: un meccanismo rotante (mosso a mano agli inizi, e poi con un motorino elettrico) che agitava I panni all’interno di una vasca piena d’acqua. L’introduzione di un tamburo rotante e forato permise la prima centrifuga, e un meccanismo simile, ma con aria calda soffiata sui panni lavati anzichè acqua, andò a diventare l’antenato di quelle che oggi conosciamo come asciugatrici.

Ovviamente, ben presto tali macchine trovarono utilizzo in strutture apposite, che potessero lavare a pagamento i panni di grandi quantità di persone che non disponevano a casa di tali attrezzature: erano nate le prime lavanderie professionali, comparabili per funzione a quelle a cui facevamo riferimento all’inizio di questa piccola storia..