Gli anime che raccontano chi siamo

Al di là dei propri gusti personali, quando un prodotto artistico funziona e riesce a trasmettere qualcosa a chiunque decida di dedicargli del tempo, è difficile non essere oggettivi ed ammettere che abbia fatto centro.
Un esempio da questo punto di vista sono sicuramente gli anime, apprezzati da molti ma evitati da altrettanti, come ogni prodotto che si rispetti.
Ma come ho già detto, a volte, basta dare una possibilità e lasciarsi coinvolgere da quanto rappresentato e  a sostegno di quest’affermazione voglio far riferimento ad uno dei prodotti che più ho apprezzato nonostante io non sia una grande appassionata del genere: Death Parade.
Si tratta di un anime che si trova sospeso su un filo che sta tra la vita e la morte, la speranza e l’indifferenza, la bellezza e la mostruosità, tutte caratteristiche umane che ognuno possiede.
“Benvenuti al Quindecim”
“Benvenuti al Quindecim” è una delle affermazioni che più sentirete all’interno della serie e fa riferimento al luogo che ci troviamo davanti: all’apparenza un locale come tanti, elegante, raffinato, pieno di alcolici, forse un po’ tetro, ma niente che non si possa incontrare, ma proseguendo finirete per comprendere cosa rappresenta in realtà.
Ad accogliere i nuovi arrivati vi è Decim, anch’egli all’apparenza un semplice ma misterioso barman che si presenterà affermando che chi è entrato dovrà fare un gioco in cui sarà in palio la loro stessa vita, senza possibilità di tirarsi indietro.
Alla fine della prima puntata capirete già tutto: il Quindecim altro non è che l’oltretomba, ma non così come lo intendiamo in molti, ma come un non-luogo in cui le anime dei defunti dovranno sottoporsi al verdetto dei Giudici (di cui Decim fa parte) per decidere tra due alternative: la reincarnazione o il Vuoto senza fine in cui esiste solo la coscienza di sé.
La psicologia dei personaggi
La serie è costituita da dodici episodi, ognuno dei quali tende da un lato a sviscerare coloro che devono essere giudicati, dall’altro i giudici.
Sicuramente non affascina per via dell’idea che trasmette, ma per la capacità con cui rende quanto mai umani i personaggi rappresentati fatti di rabbia, cinismo, cattiveria, il tutto rappresentato attraverso dei flashback che ci mostrano il personaggio in vita ma che allo stesso servono per comprendere la sua attuale situazione.
Ecco che dunque una semplice animazione diviene un pretesto per riflettere sulla vita che viviamo, un modo per giungere alla fine in maniera dignitosa, grazie anche ad agenzie come la Cattolica San Lorenzo che si occupa di Onoranze funebri a Roma in grado di agire nel rispetto e nella volontà di chi non c’è e di chi c’è ancora.

L’excursus del telefono

Forse voi non lo immaginate minimamente, ma esistono dieci tipologie di vecchi cellulari che sono molto più preziosi di un gettonato smartphone. Partendo dal Nokia 3310 fino ad arrivare allo StarTAC, i dispositivi ormai non più in riproduzioni, possono arrivare anche a pagarci una buona parte delle nostre vacanze estive. Il tutto risiede nel fascino del passato e del vintage elettronico, che sta diventando sempre più popolare tra i vari collezionisti, i quali fanno aumentare i valori e i prezzi dei vecchi dispositivi. Se per caso vi addentraste nelle aste online o nei e-commerce, vi accorgereste che oltre alla vendita, esiste un copioso acquisto dei vecchi prodotti elettronici! Il classico Nokia 3310, noto anche come il telefono indistruttibile, la cui batteria era di durata interminabile e che, se non veniva utilizzato per chiamare, veniva usato per giocare a Snake II può essere quotato fino a 130 euro, una cifra spiazzante per una vecchia tecnologia.

Gli smartphone

Sebbene i vecchi cellulari abbiano costituito la storia, oggi il dominio della telefonia lo posseggono gli smartphone, letteralmente i telefoni intelligenti. La capacità di calcolo, di memoria e di connessione dati di un telefono smart, supera di gran lunga un vecchio nokia, perché sono finalizzate a combinare le funzioni di un elaboratore palmare con quelle di un telefono mobile. I sistemi operativi più diffusi, i quali sono già integrati con i dispositivi che acquistiamo, sono: OS, Android e Windows phone, ma esistono anche sistemi meno diffusi e in disuso. Gli smartphone sono ormai parte integrante della nostra quotidianità e ci aiutano anche nel mondo dello studio e del lavoro. Se si vuol acquistare uno smartphone, bisogna fare la scelta più giusta analizzando i commenti, come la recensione per il samsung galaxy j5 2017, di chi ha già acquistato determinati prodotti

Il telefono del futuro

Sebbene non sembrerebbe, un giorno non imminente ma prima di quanto si possa pensare, lo smartphone non esisterà più, esattamente come sono spariti completamente dalla circolazione il cercapersone o il fax. Sicuramente passerà un decennio prima ancora che questo avvenga, ma il processo è già stato avviato da Elon Musk, Microsoft, Facebook, Amazon e da numerose start-up che stanno sempre più valutando la potenza dell’intelligenza artificiale. Quando lo smartphone morirà, il mondo non sarà più come prima, sia in termini individuali che in quelli collettivi. Il futuro fa un po’ paura, perché vede come fulcro un cervello costruito dall’uomo che regola tutti gi aspetti della nostra vita. Come si concluderà questa storia? Lo sapremo tra una decina di anni e, noi, saremo ancora qua.

Cromare senza inquinare

Fra tanti tipi di processi industriali, la cromatura è particolare per come la sua origine, legata a precisi scopi di tipo meccanico, e a particolari e specifiche funzioni, sia quasi del tutto slegata dal genere di utilizzi più comuni e diffusi che la vedono impiegare, e che sono radicalmente differenti da qualli per cui era stata concepita; perfino per la persona comune, che non possiede conoscenze di tipo tecnico, tali utilizzi di per sè quasi secondari sono diventati ormai sinonimi della procedura stessa, molto più di quelli originali. Se parliamo appunto di cromatura, infatti, non sono I motivi meccanici e fisici per cui è stata inventata a renderla famosa, bensì il particolare risultato estetico che si ricerca sui dettagli, sia con la cromatura dei metalli che con la cromatura plastica.

È infatti caratteristico, specie nel parlare comune, avere un’idea alquanto precisa quando si usa il termine “cromatura” – e questa idea non ha, di certo, a che vedere con le caratteristiche meccaniche, di durezza e resistenza all’abrasione, che tale processo può conferire ad esempio ad un particolare metallico come la parte funzionale di una macchina utensile. Davanti al termine “cromatura” infatti I più penseranno a superfici lucide, immuni dalla ruggine, e sempre scintillanti, presenti in molti oggetti di design, sia più retrò (pensiamo a certe vetture anni ’50) sia invece più moderni e appartenenti all’apprezzato filone del cosiddetto “hi-tech”.

Purtroppo, però, questo procedimento che sposa tante utili virtù di tipo meccanico a un così alto valore estetico (che lo rende uno strumento spesso utilizzato nel campo del design , specialmente per dettagli eleganti), e che quindi trova tanto imponente impiego sia nell’industria pesante che nella manifattura di oggetti domestici, è gravato da un pesante difetto, la cui rilevanza, soprattutto oggi che l’impatto sull’ecologia dei processi industriali sta sempre più assumendo l’importanza che merita fra i fattori da valutare, non può più essere trascurata: è infatti una prassi che genera una grande abbondanza di sostanze inquinanti e pericolose.

Questo è però vero solamente con le tecnologie di cromatura tradizionali, e specialmente con la più diffusa storicamente, ossia quella che fa uso di un cosiddetto bagno galvanico per far depositare sull’oggetto che sta venendo trattato il sottilissimo strato di atomi di cromo che conferirà alla superficie l’aspetto lucido e la migliorata durezza e resistenza di cui parlavamo poche righe fa. Soprattutto prima che la legge prevedesse il passaggio al cromo trivalente, meno pericoloso, infatti in tali bagni veniva utilizzato il cromo detto esavalente, molto pericoloso per la salute in quanto velenoso e cancerogeno. La prassi prevedeva per di più l’uso di diversi acidi, come la soda caustica e l’acido cloridrico, il cui smaltimento era ulteriormente inquinante.

Di recente, per fortuna, sono però state inventate nuove procedure di cromatura che hanno completamente superato I problemi di tossicità e inquinamento dei metodi tradizionali, e permettono di cromare oggetti plastici e metallici senza alcun rischio, in ambiente sottovuoto. In questo caso I pezzi vengono preliminarmente ricoperti da un rivestimento ceramico, e poi esposti ad un plasma di vapori di cromo ionizzati, le cui particelle possono depositarsi senza l’applicazione di sostanze pericolose sulla superficie da lavorare. In questo modo si ottengono I risultati estetici dei metodi tradizionali, ma senza alcun pericolo di inquinamento.

Lavorazioni meccaniche: la fresatura

Oggi, la lavorazione meccanica di fresatura è ben nota e considerata una normalissima opera industriale: qualsiasi studente, non ancora perito meccanico, vi saprà sicuramente precisare che è classificata come una lavorazione meccanica a freddo, che funziona per asportazione di truciolo, proprio come la tornitura e la foratura, e che viene effettuata tramite l’azione di un utensile rotante sul proprio asse, la fresa, su un pezzo in moto di avanzamento, che viene “scolpito” fino alla forma desiderata. Vi potrà anche specificare che, di regola, la fresatura si effettua in due fasi, una prima di sgrossatura che asporta rapidamente quasi tutto il materiale necessario, e la seconda o finitura in cui viene effettuata una lavorazione più lenta per raggiungere la rugosità e le precise misure desiderate. Ciò che, forse, vi sarà più complicato imparare, è la storia travagliata, dalle origini ad oggi, di questa lavorazione, nata in maniera oscura in qualche bottega artigiana nei primi decenni del 1800 e velocemente sviluppatasi alla pratica comune che conosciamo oggi. Ripercorriamola allora insieme, qui.

1. Dal 1800 alla Grande Guerra

L’origine della fresatrice è da trovare nel classico tornio, al quale spesso venivano montate delle lime rotanti, per limare il pezzo in lavorazione in modo più veloce che manualmente. Tale attività è molto precedente allo sviluppo della fresatrice, risalendo circa alla metà del 1700; i primi veri esemplari di macchine per la fresatura distinte da torni accessoriati sono collocabili al 1814, negli arsenali federali degli Stati Uniti, a Springfield e ad Harpers Ferry; ne risulta inoltre un prototipo molto avanzato inventato da Nasmyth nel 1830 per i bulloni esagonali. A quei tempi, era previsto che la limatura venisse tuttavia perfezionata a mano; le cose cambiarono, con l’integrazione di grandi evoluzioni tecniche fra cui il movimento perfezionato su tutti e tre gli assi, nel 1861, con uno straordinario modello Brown & Sharpe. Fino alla Grande Guerra, quasi ogni anno segnò un corposo passo avanti nella tecnologia della fresatura.

2. Le due Guerre Mondiali

Fu verso la fine della Prima Guerra Mondiale che la continua ricerca di accuratezza nella lavorazione raggiunse una tappa fondamentale: fu infatti in questi anni che venne approfondito il concetto di dimensionamento relativo, ossia di misurazioni condotte sul pezzo tutte a partire da un singolo punto di riferimento, e che la precisione normale delle macchine raggiunse i millesimi di centimetro; erano gli albori del controllo numerico delle macchine oggi dato per ovvio. Con pantografi che permettevano di modellare i movimenti della macchina tracciando le linee di un modello, fu possibile realizzare, già negli anni ’30 del 1900, enormi fresatrici come la Cincinnati Hydro-Tel, a questo punto pressochè identiche a quelle odierne se si prescinde dal controllo computerizzato. Sul fronte contrario, sempre in questi anni furono sviluppate piccole fresatrici economiche ma precise, le Bridgeport, delle quali sarebbero stati venduti un quarto di milione di pezzi.

3. Dal dopoguerra ad oggi

Nel dopoguerra, due furono le grandi spinte tecnologiche che guidarono lo sviluppo industriale: il perfezionamento dei servomeccanismi da un lato, e la nascita delle tecnologie digitali dall’altro. Sebbene a permetterne la ricerca e lo sviluppo fossero gli investimenti militari (come del resto accadde in molti casi nel dopoguerra), fu proprio il ramo meccanico ed in genere industriale ad offrire sbocco ed applicazione a queste nuove tecnologie, per tutti gli anni ’40 e ’50. Più tardi, si verificò la definitiva evoluzione del controllo numerico al controllo computerizzato: questo esplose negli anni ’80, quando divenne fattibile, con un semplice personal computer, montare piccole fresatrici a controllo digitale perfino nelle officine più piccole.

Acciaio: sinonimo di solidità

Ci sono, quando si sta osservando la storia, degli elementi che spiccano per la loro durata stabile attraverso i secoli, le culture e gli avvenimenti, e se la storia che stiamo seguendo è quella delle costruzioni, uno di questi è l’eccezionale lunghezza del periodo in cui il materiale fondamentale per la costruzione di strutture è stato il legno. Cattedrali e castelli, ma anche torri e case, così come acquedotti e chiese, sia costruiti in pietra, che di mattoni, che di mera terra, sono stati sostenuti per millenni, in fase di costruzione, proprio dal legno: ed è stata un’autentica rivoluzione quando, più o meno a metà del diciannovesimo secolo, questo lavoro di totale predominanza è stato assunto da un materiale ben diverso, minerale anziché vegetale, e artificiale anziché naturale: l’acciaio, ormai utilizzato per creare di tutto, dalle carpenterie di precisione alle grandi strutture di appoggio. Ma quali sono le caratteristiche meccaniche e fisiche che lo rendono una scelta tanto vincente?

Possiamo iniziare ricordando, ad esempio, quanto siano elevate le caratteristiche di solidità esibite da questa lega di ferro e carbonio; specialmente se le mettiamo in rapporto con il suo peso specifico, spiccano in maniera inoppugnabile. Grazie a questa tipicità, l’acciaio permette di costruire delle strutture portanti sottili e leggere, più che qualsiasi altro materiale, e in questo modo i progettisti sanno di poter allargare la luce delle strutture stesse con minori preoccupazioni per le fondamenta, che non devono essere troppo profonde. Non scordiamo poi che l’acciaio può essere portato sul luogo di messa in opera, come un cantiere, dopo essere stato preformato in officina, il che è un rilevante taglio sui costi, nonché sui tempi di montaggio effettivi. Inoltre, anche nel momento della messa in opera, è facile compiere modifiche e rinforzi alla intelaiatura in costruzione.

Non che questo possa in alcun modo voler dire, naturalmente, che l’acciaio sia in qualche modo un materiale sovrannaturale, immune dall’avere svantaggi o difetti: come sanno precisamente sia gli ingegneri che disegnano progetti che gli operai che li mettono in atto, non esistono materiali perfetti. Ad esempio, per iniziare, l’acciaio ha dei costi molto elevati, che salgono ancora se occorre adoperare degli acciai di composizione speciale. Ma pure dal punto di vista della meccanica, per tenace che sia, l’acciaio presenta anche dei difetti, come la deformabilità, che in certe condizioni diventa inaccettabile, e il pericolo di frattura per fatica eccessiva. Per tutte queste ragioni, è infine essenziale deputare le costruzioni in acciaio a manodopera specializzata, i cui costi sono elevati, e compiere manutenzioni accurate e costose per la difesa dalla corrosione e il rinforzo delle strutture.

Fino per lo meno agli anni trenta del millenovecento, le connessioni necessarie fra le varie componenti di una struttura metallica venivano effettuate tramite chiodatura e bullonatura; fu solamente in seguito che le migliorie tecniche permesse dall’avanzamento della siderurgia resero possibile creare acciai con migliorate qualità chimiche, e quindi saldabili con molta più comodità. Tale procedimento è perciò diventato prevalente in tutti i cantieri del mondo, diventando in fretta la tecnica più utilizzata e diffusa. La stessa eccezionale, e sempre crescente, scelta di acciai di composizione speciale di cui disponiamo per gli utilizzi più vari e le condizioni più proibitive, è frutto degli stessi anni di ricerca nel campo della siderurgia, che hanno permesso di realizzare leghe d’acciaio capaci di resistere all’ossidazione, non intaccarsi, e tollerare sforzi e sollecitazioni sempre più formidabili.

La vita è fatta a scale? Non sempre: la storia dell’ascensore

Una volta, ci piace immaginare, l’orizzonte era sempre sgombro: case basse, al limite di un paio di piani, lasciavano spazio al cielo e alla luce solare, e non esisteva il concetto di una skyline disegnata dai grattacieli, come adesso invece accade in tantissime città in tutto il mondo.

Nonostante, a voler ben guardare, non sia precisamente vero (le insulae romane, costruite in epoca tardo-repubblicana, erano veri e propri condomini a più piani), è però un fatto che la massiccia diffusione di palazzi alti nelle città è sicuramente cosa moderna, dell’ultimo secolo, e che questo ha molto cambiato il modo di vivere delle persone – rendendo irrinunciabile un’invenzione come l’ascensore, che ha fatto molta strada dai più antichi modelli ai moderni sistemi specializzati, che vanno da potenti montacarichi ad ascensori per disabili, passando per ascensori superveloci che permettono di arrivare in fretta in cima perfino ai più alti moderni grattacieli di uffici.

La storia dell’ascensore è, in effetti, ben più antica di quanto si pensi: ne abbiamo le prime menzioni negli scritti di Vitruvio, un architetto dell’antica Roma, che ci riporta come il noto Archimede ne avesse progettato uno nel 236 AC. Si tratta, naturalmente, di semplici cabine sollevate da corde, le quali venivano tirate o da animali o da esseri umani, e pare che ve ne fossero di installati nel convento del Sinai, in Egitto.

In ogni caso, a quei tempi, rimanevano niente più che stranezze, pezzi unici: un uso regolare dello strumento richiedeva sistemi ben più sofisticati di una corda tirata a braccia. A parte l’interessante modello di ascensore basato sulla vite senza fine costruito da Kulibin, in Russia, nel 1793, che venne installato nel Palazzo d’Inverno, per vedere un impiego forte e frequente di questo congegno dobbiamo attendere la piena metà dell’Ottocento, quando iniziò a trovare utilizzo pesante nello spostamento di materiali da costruzione e per l’industria.

In questa epoca storica, per ascensore si intendeva un congegno di modello strettamente idraulico: una cabina montata su un lungo stantuffo, che veniva spinto da una colonna d’acqua grazie all’azione di una pompa e così si estendeva, portando i passeggeri all’altezza desiderata.

Questi impianti raggiunsero una significativa affermazione, se pensiamo che a Londra, nel 1882, la London Hydraulic Power Company aveva in amministrazione una rete di miglia e miglia di tubi ad alta pressione su ambedue le sponde del Tamigi, che andavano ad alimentare 8000 dispositivi fra gru e, appunto, ascensori.

Tuttavia è un procedimento oberato da un profondo difetto: richiede uno stantuffo, e quindi un pozzo e una colonna d’acqua, alto come il piano più alto da raggiungere, e diventa quindi velocemente poco pratico al crescere dell’effettiva altezza del palazzo che deve servire.

Fu per questo che gli ascensori idraulici finirono con l’andare in desuetudine, per venire sostituiti da sistemi a cavi e carrucole, la cui sicurezza era garantita dall’invenzione di un apposito freno di emergenza in caso di rottura del cavo, progettato da un nome destinato a divenire illustre nel settore: Elisha Otis.

Fu precisamente lui che, nel 1858, installò il primo ascensore per passeggeri al numero 488 di Broadway, a New York, dando inizio ad una espansione che venne soltanto incrementata quando, trent’anni più tardi, Von Siemens e Fressler svilupparono l’ascensore elettrico che anche noi oggi conosciamo.

Riconoscere diritti ai disabili: un lungo percorso storico

Moltissime e di vitale portata sono, nel panorama storico che possiamo osservare analizzando con attenta pazienza i più recenti decenni trascorsi in Italia, le conquiste ottenute nel campo della equità sociale e dei diritti di tante categorie di cittadini in qualche misura sottoposti a svantaggi, complicazioni, o particolari condizioni; e uno in particolare, che riguarda una fetta della nazione decisamente non insignificante, di svariate centinaia di migliaia di persone, ha avuto un tragitto particolarmente insolito, intricato e tortuoso, di frequente interrotto e ripreso a singhiozzo, e a dirla tutta ancor oggi non interamente completato. Stiamo parlando del riconoscimento dei diritti dei disabili, un proposito che va ben al di là della banale collocazione di montascale, in cui molti pensano che il problema si esaurisca.

Per discorrere di questo problema é infatti necessaria una concezione un po’ più ampia, che tocca principi di giustizia fondamentali. Possiamo, e anzi dobbiamo, partire direttamente dalla lettura della nostra Carta Costituzionale, nelle parti in cui essa attribuisce al cittadino in quanto tale, e quindi al di là e prescindendo, com’è logico, da qualsiasi circostanza di disabilità possa affliggerlo, non solamente una precisa serie di doveri a cui non sottrarsi, ma pure dei precisi e imprescindibili diritti, la cui essenzialità non è marginale, come quello al lavoro, alla socialità, all’istruzione o alla salute, per nominarne alcuni. Una condizione però in concreto non rispettata, visto che nel pratico e nel quotidiano il disabile si vede spesso negati nei fatti – e fu questa la geniale presa di coscienza degli anni Sessanta – questi diritti nella loro compiutezza.

A cominciare da allora, un lavoro colossale, non solamente per dimensione ma anche e soprattutto per importanza, fu svolto, ed è giusto riconoscerlo, da una miriade di associazioni volontarie, sia composte e costruite da disabili che dai membri delle loro famiglie. Da loro venne infatti la spinta coraggiosa e continua verso un mutamento, quel rinnovamento necessario a migliorare la situazione. E si trattò, come fu subito evidente, di un cambiamento da gestire su due livelli ben distinti: da un lato quello istituzionale, essenziale per vedere tradotte in leggi e regolamenti precisi le giuste istanze dei disabili, e dall’altro, di certo non meno rilevante, quello culturale, quotidiano, nel modo di approcciarsi all’handicap e conviverci, brevemente, di viverlo. E soprattutto in questo l’azione di tanti insegnanti, sindacalisti, volontari, fu straordinaria per vigore e per risultati.

Come abbiamo detto, quello del riconoscimento dei diritti dei disabili è un tragitto storico ancora aperto, e al quale quindi attribuire date precise può apparire insieme futile e banale; se tuttavia vogliamo identificare proprio una tappa importante, per non dire essenziale, di questa storia, possiamo quasi certamente far bene ad indicare l’anno 1971, e nello specifico la data del 30 marzo. Quel giorno fu infatti approvata la legge 118 sull’invalidità, che fu la base su cui fu possibile creare tutti i successivi sviluppi della questione disabilità: con essa fu codificato il pensiero, che è per noi ormai patrimonio acquisito, che riabilitare un disabile non si limiti ad una misurazione di tipo medico, ma si estenda a un pieno inserimento sociale che dia senso al lavoro ed allo sforzo del terapista e del disabile stesso.

Barbieri: millenni di storia

Un tempo neppure troppo lontano, ancora per i nostri padri o forse nonni, l’uomo che voleva apparire ordinato non lasciava trascorrere più di un paio di settimane fra una visita al barbiere e l’altra: e anche se più raro, oggi che i canoni e le regole dell’estetica sono cambiati, questo attimo di cura di sé rimane sempre un piacere estremamente particolare. Il tempo di entrare, e già il familiare arredamento parrucchiere ci invita a rilassarci e farci prendere cura di noi, abbandonando per un poco la corsa quotidiana; attorno a noi, gli strumenti di lavoro del barbiere parlano di un tempo andato, ma di pratiche ancora piacevoli e distensive; chiacchierando sottovoce, il barbiere si appresta ad avvolgerci il viso con un asciugamano caldo; e fra il suono del rasoio che viene affilato, e il sentore di schiuma e lozioni dopobarba, ci possiamo abbandonare a questo mondo ancora tanto affascinante. Ma sappiamo quanto sia antica la figura del barbiere, e quanti ruoli diversi e inaspettati abbia ricoperto nel corso della storia?

Sappiamo con un elevato grado di certezza che le origini del mestiere di barbiere sono antichissime; durante i loro scavi in Egitto, gli archeologi hanno reperito oggetti che sono inequivocabilmente rasoi in bronzo risalenti ad almeno cinquemila anni fa. Non pensiamo però ad un mero negoziante, in quanto presso le tribù locali dell’epoca questa figura rivestiva un ruolo ben diverso, investito di un’importanza rituale e non di mera comodità. Il taglio dei capelli era infatti un modo, nella mistica dell’epoca, di arrestare la possessione satanica; occupandosene, l’antenato del moderno barbiere si trovava a ricoprire una funzione che non esitiamo a etichettare sacrale, e celebrava perfino matrimoni. Se avanziamo e raggiungiamo l’epoca storica, questo profilo simbolico e religioso si smarrisce, ma non cambia l’importanza, ad esempio presso i Greci e i Romani, della cura di sé e quindi della figura professionale che se ne occupa. A Roma, che conobbe i barbieri dalla Magna Grecia nel 300 AC, una visita quotidiana a regolare capelli e barba, come alle terme, era imprescindibile; e la tonsura, ossia la prima rasatura del giovane adolescente, aveva una valenza eccezionale come rito di iniziazione al mondo degli adulti.

Ma abbandoniamo anche Roma e spostiamoci in avanti di altri secoli, per giungere ad un momento storico di grande magia e incanto, dove concluderemo, con quella che probabilmente per molti di noi sarà una sorpresa memorabile, questo breve viaggio nell’evoluzione del barbiere nel mondo antico: il Medioevo. Troviamo in quest’epoca un gran numero di botteghe di barbiere, che venivano evidentemente visitate per tutti i normali bisogni di pettinatura e taglio di capelli e barbe; ma quello che probabilmente lascerà stupiti è che, simultaneamente, si chiamava il barbiere anche se c’era bisogno di effettuare un intervento chirurgico, applicare sanguisughe o fare un salasso, praticare un clistere, incidere bolle e pustole, e pure per cavare i denti! Non si trattava di un’operazione in qualche modo clandestina: il barbiere, o per essere più precisi il barbiere-chirurgo, era ufficialmente abilitato e preparato a svolgere tali lavori, e addirittura ricevette, in Inghilterra, paghe più alte di quelle dei chirurghi ufficiali, per molto tempo. Fu nel medioevo che, simboleggiando le due arti svolte dal barbiere, rosso per la chirurgia e bianco per il lavoro di taglio e acconciatura, nacque il marchio tradizionale usato dai barbieri, ossia il palo rotante a strisce, appunto, bianche e rosse.

Le principali tecniche di nichelatura

Fra i trattamenti superficiali a cui è possibile assoggettare vari tipi di oggetti, allo scopo di modificarne le caratteristiche superficiali come durezza e resistenza agli agenti esterni, ricopre certamente un posto di spicco quello definito di nichelatura, che consiste, com’è lampante dal nome, nel depositare sull’intera superficie da trattare uno strato sottilissimo di nichel.

Questo metallo, usato inconsapevolmente (lo si confondeva infatti spesso con il rame, e il suo nome deriva da quello di un folletto tedesco, a cui dei minatori imputarono lo strano scherzo di un minerale che appariva essere di rame ma si rifiutava di darne) da più di cinquemila anni, presenta infatti l’interessante qualità di un lunghissimo tempo di ossidazione quando esposto all’aria a temperatura ambiente, il che lo fa ritenere resistente alla corrosione, e quindi un’ottima copertura protettiva per altri metalli.

Per effettuare la nichelatura esistono, in verità, non uno ma due procedimenti differenti, caratterizzati e distinti dal coinvolgimento o meno, nel processo di deposito del nichel sull’oggetto, della corrente elettrica. Nel caso, quindi, della nichelatura che prende il nome di elettrolitica, utilizzeremo l’energia elettrica; e per la sua natura, potremo applicare questo tipo di procedimento solo ad oggetti metallici.

Anzitutto sarà opportuno pulire alla perfezione il pezzo da qualsiasi tipo di sporco, grasso, o traccia di corrosione, tramite una serie di lavaggi e trattamenti termici, pena il mancato accumulo del nichel durante la procedura. Ultimata questa preparazione, andremo ad introdurre l’oggetto in una vasca piena di soluzione elettrolitica, facendogli fare da catodo, laddove useremo come anodo gli ioni di nichel che avremo dissolto nel liquido stesso. A questo punto, come in tutti i procedimenti elettrolitici, le particelle di metallo verrano trasportate dalla soluzione e si depositeranno sull’oggetto.

Per contro, nella seconda tipologia di procedura, quella di natura esclusivamente chimica, non figura in alcun momento del procedimento l’uso della corrente elettrica. Non si tratta di una differenza insignificante: la scelta di fare senza elettricità dà in realtà tre significativi vantaggi rispetto alla procedura elettrolitica descritta prima. Il primo e più banale, naturalmente, è che non occorre nessun genere di alimentazione elettrica, e quindi non ha alcun costo energetico da calcolare o sostenere.

In secondo luogo, quando vengono depositati chimicamente, gli strati di nichel sono sempre perfettamente dell’identico spessore in ogni punto, completamente uniformi, quale che sia la forma, anche molto complessa e scolpita, dell’oggetto. Per finire, siccome non è richiesto da questo sistema che il pezzo sia in grado di condurre elettricità, non è necessario limitarsi ad oggetti metallici e si possono nichelare anche pezzi in plastica o vetro.

Come si è detto, entrambi i tipi di nichelatura hanno lo scopo basilare di difendere il materiale sottostante da danni meccanici o corrosione, sfruttando la superiore resistenza del nichel. Tuttavia i suoi scopi non finiscono qui: la nichelatura chimica, permettendo coperture di spessore fluttuante, viene anche utilizzata per riportare a dimensioni esatte un utensile meccanico logorato, ripristinandone le parti abrase e consumate dall’uso.

Altri utilizzi si trovano nella lavorazione dei dischi rigidi per computer, dove il nichel va a proteggere i dischi di alluminio prima che vi venga depositato lo strato magnetico, e nell’industria automobilistica, sulle parti sottoposte a grave usura…..

Storia breve della Borsa valori

La comunicazione svolta dagli enti finanziarisi affanna continuamente e con grande sforzo ed attenzione a sforzarsi di tradurre i dati economico-finanziari che risultano dall’analisi delle aziende e del mercato in concetti chiari e di elementare comprensione (un lavoro complesso, come ben sanno gli esperti di agenzie come Altrapagina), ma sembra non bastare mai: per il pubblico, per la grande maggioranza delle persone, la Borsa Valori rimane un universo fatto di misteri, di regole del tutto incomprensibili, e di sicuro spaventose, un universo per così dire diverso dal nostro, indecifrabile e nuovo. Ma di nuovo, nella Borsa valori, c’è ben poco: la finanza non è un’invenzione moderna, e studiarne la storia millenaria (non esageriamo e non scherziamo, come vedremo!) può forse essere di aiuto nell’approcciare questo mondo con meno paura e più voglia di capire come in effetti funzioni.

Sarà opportuno iniziare da un concetto che a taluni, forse, potrà anche apparire un po’ troppo scontato, ma in realtà è essenziale, per capire cosa sia la Borsa e quanto sia antica: l’oggetto dello scambio, in una Borsa valori e in generale nella finanza, non è altro che il debito stipulato da qualcuno (che può essere un’azienda o una persona, in linea generale) con qualcun altro. E di sicuro nell’idea di debito, così come di prestito ad interesse, c’è ben poco di nuovo: le prime tavolette d’argilla che ne parlano sono infatti databili alla civiltà Mesopotamica di cinquemila anni fa, e nel codice Babilonese di leggi scritto da Hammurabi, quattromila anni fa, ci sono già precise leggi che lo regolamentano. Ma la finanza è un po’ più complessa del semplice debito, e non tutti gli storici sono d’accordo nel datarne le prime manifestazioni.

Una dottrina avvincente, sostenuta dall’economista di nome Malmendier, parte dal presupposto che già nell’antica Roma repubblicana le societates publicanorum, che venivano formate per fornire servizi per il governo (come la fabbricazione, ad esempio, dei templi, o il sostentamento continuato delle famose Oche del Campidoglio), fossero già strutturate per partecipazioni, che erano scambiabili e quindi avevano un valore commerciale, peraltro fluttuante (e, a quanto ci dice la nostra fonte principale, Cicerone, in un suo discorso, abbastanza alto). Per altri questa origine è troppo antica, ed è più cauto e corretto far risalire la nascita della Borsa alle obbligazioni Rinascimentali, come quelle che Venezia chiamò “prestiti” (erano in verità forzosi) nel 1171, e sulle quali pagò con perfetta esattezza e assoluta puntualità gli interessi, dalle carte in nostro possesso, almeno dal 1262 al 1379.

Il passare dei secoli vide trasferirsi i centri della finanza dall’Italia , preminente nel tardo Medioevo e nel Rinascimento (pensiamo a una famiglia come i Medici, che era composta di banchieri) alle città mercantili del Nord Europa, e Amsterdam vide, nel 1602, quell’evento che anche i più cauti e conservatori fra gli storici ritengono il massimo limite per datare il principio della Borsa valori: la fondazione della Compagnia delle Indie orientali. Se può consolare, la confusione nel pubblico data a poco dopo, visto che il primo libro sulla borsa esce nel 1688, scritto da Joseph de la Vega, e si intitola “Confusione delle Confusioni”. Fatto sta che pochi anni più tardi vede la luce la Borsa di Londra, il celebre Stock Exchange, e meno faustamente nel 1720 inizia anche la tradizione delle bolle finanziarie, con lo scoppio fragoroso della prima e il successivo momentaneo rallentamento degli scambi. Nel 1790, anche nei giovani Stati Uniti d’America nasce un mercato azionario in rapida ascesa – e il resto, possiamo ben dire, è storia!